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UNIVERSITY OF ILLINOIS LIBRARY AT URBANA-CHAMPAIGN

APR 5 1980

J/ ÌQ3

L161— O-1096

GABRIELE D'ANNUNZIO

/ ROMANZI DELLA KOSA

TRIONFO DELLA MORTE

IN ROMA PER L'OLEANDRO MCMXXXIV

PROPRIETÀ LETTERARIA

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI AL SODALIZIO L'OLEANDRO

Ad Arnoldo Mondadori della Officina Bodoniana l'Oleandro commette la stampa e ogni altra cura libraria.

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SI RITERRA CONTRAFFATTO QUALUNQUE ESEMPLARE DI QUEST'OPERA CHE NON PORTI IL TIMBRO A SECCO DELL'OLEANDRO

PRINTED IN 1TALY < MCMXXXIV

OC

tu. 2- TRIONFO DELLA MORTE

S64446

Es giebt Bùcher, welche fùr Seele und Gesundheit einen umgekehrten Werth haben, je nachdem die niedere Seele, die niedrigere Lebenskraft oder aber die hohere und gewaltigere sich ihrtr bedienen; im ersten Falle sind es gefàhrliche , anbróckclnde , aujlosende Bùcher, im anderen Heroldsrufe, welche die Tapfersten zu ihrer Tapferfeit herausforden.

Friedrich Nietzsche Jenseits von Gut und Bòse. Aph. xxx.

A FRANCESCO PAOLO MICHETTI

Pongo il tuo nome anche in fronte a questo libro che sopra tutti singolarmente tu prediligi, o Ce* nobiarca: in fronte a questo libro che io ti ho scritto con curiosa lentezza nella sede dell' Arte Severa e del Silenzio.

Poi che l'ultima pagina fu compiuta, tu avesti cot mune con me quella sùbita ingannevole gioia su cui più tardi il crepuscolo primaverile diffuse un così puro velo di malinconia. E avesti comune con me il rammarico per le già lontane sere quando tu salivi alla mia cella remota e quivi, nella gran quiete con* ventuale, mentre fumigava entro le tazze la bevanda favorita e parevami si spandesse nell'aria il calore delle nostre intelligenze, io ti leggeva ad alta voce la mia scrittura recente. Era dolce per me quella tre* gua, e molto aspettata, dopo l'acerba lotta diurna. Il soprano gaudio cui possa oggi aspirare un artefice altero non sta forse nel rivelar l' opera ancor vergine e segreta a colui che è il suo pari, a colui che com* prende tutto ì

Avevamo più volte insieme ragionato d'un ideal libro di prosa moderno che essendo vario di suoni e di ritmi come un poema, riunendo nel suo stile le più diverse virtù della parola scritta armonizzasse

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tutte le varietà del conoscimento e tutte le varietà del mistero; alternasse le precisioni della scienza alle seduzioni del sogno; sembrasse non imitare ma con* tinuare la Natura; libero dai vincoli della favola, portasse alfine in creata con tutti i mezzi dell'arte letteraria la particolar vita sensuale sentimentale intellettuale di un essere umano collocato nel cent tro della vita universa.

Tu ritroverai il riflesso di quella idea (ahimè, trcp* pallido forse ! ) in questa opera quando vorrai con* siderarla tutta quanta nella sua interezza.

Qui è una sola unica dramatis persona, ed è rap* presentata qui con tutte le potenze dello strumento d'arte concessomi la sua particolar visione dell' u* niverso; o meglio: perocché l'uomo sia, secondo il verbo del tuo divino parente Leonardo, « modello dello mondo » ; è qui rappresentato il suo universo. // gioco delle azioni e delle reazioni tra la sua sem sibilità singola e le cose esteriori è stabilito su una trama precisa di osservazioni dirette. I suoi sentii menti, le sue idee, i suoi gusti, le sue abitudini non variano secondo le vicende di una qualunque avven* tura svolta di pagina in pagina con l'aiuto di una logica più o meno severa; ma presentano il princi* pai carattere d'ogni vita organica, consistente in un equilibrio definito tra ciò che è variabile e ciò che è stabile, tra le forme costanti e le forme avventizie fu* gaci illogiche. Una sensazione, un sentimento e uni*

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dea iniziali, apparsi nelle prime pagine, si vanno sviluppando secondo le leggi che governano i fé* nomeni a traverso una selva innumerevole di segni varii che tutti corrispondono in una stessa anima comprensiva e perspicua. Dalla vana acredine di pa* role esalata sul sedile del Pincio alla feroce lotta notturna sul margine del precipizio, la persona sente pensa e si commuove in un continuo succedersi di stati della sua conscienza sempre vigile. Non ve qui, in somma, la continuità di una favola bene composta ma ve la continuità di una esistenza individua ma* nifestantesi nel suo triplice modo per un limitato periodo di tempo.

V'è sopra tutto se bene io sembro forse ambire che lo sforzo da me tentato, per rendere la vita in* terna nella sua copia e nella sua diversità, abbia un valore trascendente quello della pura rappresenta* zione estetica ve, sopra tutto, il proposito di fare opera di bellezza e di poesia, prosa plastica e sinfo* nica, ricca d'imagini e di musiche.

Concorrere efficacemente a constituire in Italia la prosa narrativa e descrittiva moderna: ecco la mia ambizione più tenace.

La massima parte dei nostri narratori e descrit* tori non adopera ai suoi bisogni se non poche centi* naia di parole comuni, ignorando completamente la più viva e più schietta ricchezza del nostro idioma che qualcuno anche osa accusare di povertà e quasi di

goffaggine. Il vocabolario adoperato dai più si conu pone di vocaboli incerti, inesatti, d'origine impura, trascoloriti, difformati dall'uso volgare che ha loro tolta o mutata la signijìcazion primitiva costringem doli ad esprimere cose diverse e opposte. E questi va caboli vengono coordinati in periodi quasi sempre eguali, mal connessi fra loro, privi d'ogni ritmo, che non hanno alcuna rispondenza col movimento ideale delle cose di cui vorrebbero dare un imagine.

La nostra lingua, per contro, è la gioia e la forza dell' artefice laborioso che ne conosce e ne penetra e ne sviscera i tesori lentamente accumulati di secolo in secolo, smossi taluni e rinnovati di continuo, altri scoperti soltanto della prima scorza, altri per tutta la profondità occulti, pieni di meraviglie ancóra ignote che daranno l'ebrezza all' estremo esploratore.

Questa lingua, rampollata dal denso tronco latino con un rigoglio d' innumerevoli virgulti flessibili, non resiste mai ad alcuna volontà di chi abbia vigore e destrezza bastanti a piegarla e ad intesserla pur nelle ghirlande più agili e nei festoni più sinuosi.

Uscendo dalle figure, dico che la lingua italiana non ha nulla da invidiare e nulla da chiedere in prestito ad alcun altra lingua europea non pur nella rappresentazione di tutto il moderno mondo esteriore ma in quella degli « stati d'animo » più complicati e più rari in cui analista si sia mai compiaciuto da che la scienza della psiche umana è in onore.

E gli psicologi appunto, poiché sembra che i nuovi romanzieri a" Italia inclinino a questa scienza, glipsU cologi in ispecie hanno per esporre le loro introvert sioni un vocabolario d'una ricchezza incomparabile, atto a fermare in una pagina con precisione grafica le più tenui fuggevoli onde del sentimento, del pen* siero e fn dell' incoercibile sogno. E, nel tempo me> desimo, insieme con questi esattissimi segni, hanno elementi musicali così varii e così efficaci da poter gareggiare con la grande orchestra wagneriana nel suggerire ciò che soltanto la A4usica può suggerire all'anima moderna.

Certo, in questi ultimi scrittori non può palesarsi alcuno dei caratteri che distinguono la tradizione novellistica paesana troppo remota e troppo discon dante dallo stato presente della conscienza comune. Fra gli antichi novellatori di nostra lingua nessuno, rappresentando gli atti, fu mai curioso dei motivi. Presi negli intrichi delle tristi e liete avventure, essi tutti limitarono il loro officio a creare una vita schieU tornente sensuale, lasciando agli uomini di chiostro V officio di compor trattati su la natura dell' anima.

Se dunque i nuovi psicologi vogliono riallacciarsi ai padri, debbono ricercare gli asceti, i casuisti, i volgarizzatori di sermoni, di omelìe e di soliloquii; debbono comunicare col Frate da Scarperìa, con Bo* no Giamboni, con Caterina da Siena, con Giordano da Ripalta, col Cavalca, col Passavanti; debbono

studiosamente mirarsi negli Specchi di Croce e pen* sosamente errare nei Giardini di Consolazione e alt ternare pazientemente la compagnia di Origene con quella di San Bernardo.

per trovar esempii di bella prosa musicale deb* bono essi escire dai buoni secoli. I nostri più grandi artefici della parola ereditarono dall' eloquenza la* Una lo studio del ritmo. In Kpma la musica verbale fu parlata e scritta; prima si dilatò aerea dai rostri, poi si fermò per segni nei libri. Come A/farco Tullio Cicerone modulava con bocca quasi canora i suoi periodi per produrre nell'intimo degli ascoltanti un moto veemente, così Tito Livio nelle Decadi gare g* giava di numeri con i poeti per amplificar la gran* dezza dell'anima romana nei fatti dal suo stile espres* si. Entrambi sapevano che le sillabe, oltre il signifit caio ideale, hanno una virtù suggestiva e commotiva ne loro suoni composti.

Principe nella lingua nuova, il Boccaccio non ignorò e non trascurò questo mistero. Egli intese tali volta un assai dotto orecchio a variar le cadenze delle sue frasi abondevoli, per meglio esprimere la lenta lusinga f eminile e la dolcezza degli amorosi errori. Nella voce limpida e volubile del Firenzuola fluiva talvolta la melodia dei ruscelli dechinanti per i colli sereni al Bisenzio. E certo Annibal Caro, prima di vergar sul foglio i segni, ascoltò dentro di le elette parole risonare a lungo come nella segreta caverna e

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nel golfo lunata ove mescevano ingenue lascivie i suoi due pastori.

Tu ritroverai dunque, o Cenobiarca, in questa prot sa che ti ho scritta, qualche precisa imagine e quaU che nobile ritmo. Durante un lustro io ho portata in me questa prosa per arricchirla e per addensarla. Come negli antichi Trionfi della Morte // pittore adunava le fuggitive grazie della Vita, così in questo Trionfo io più volte

le feste ho celebrato de' suoni, de' colori e de le forme.

Io ho circonfuso di luce, di musica e di profumo le tristezze e le inquietudini del morituro; ho evocato intorno alla sua agonia le più maliose Apparenze; ho disteso un tappeto variopinto sotto i suoi passi obliqui. Dinanzi a colui che perisce, una bella donna voluti tuaria, terribilis ut castrorum acies ordinata, alta su un mistero di grandi acque glauche sparse di vele rosse, morde e assapora con lentezza la polpa d'un frutto maturo mentre dagli angoli della bocca vorace le cola giù pel mento il succo simile a un miele liquido.

E ti ho anche raccolta in più pagine, o Cenobiart ca, l' antichissima poesia di nostra gente: quella poet sia che tu primo comprendesti e che per sempre ami. Qui sono le imagini della gioia e del dolore di no* stra gente sotto il cielo pregato con selvaggia fède,

IO

su la terra lavorata con pazienza secolare. Sente tali volta il morituro passar nell'aria il soffio della prif mavera sacra; e, aspirando alla Forza, invocando un Intercessore per la Vita, ripensa la colonia votiva composta di fresca gioventù guerriera che un toro prodigioso, di singoiar bellezza, condusse all' Adria', tico lontano. Aia, come si spensero entro le mura cu clopiche di Alba de' Adarsi il re numida Siface e l'ultimo dei re macedoni Perseo crudele, il tragico erede di Demetrio Aurispa si spegne qui ne' suoi brandelli di porpora straniero ed esule e prigione. Pace a lui nell'ombra della Aiontagna, ultimamente!

Noi tendiamo l'orecchio alla voce del magnanimo Zarathustra, o Cenobiarca; e prepariamo nell'arte con sicura fede l'avvento del Uebermensch, del Sul peruomo.

Dal Convento di S. A4. Maggiore, (9. d'A.

nel calen d'aprile del 1894.

LIBRO PRIMO IL TASSATO

I

Ippolita, quando vide contro il parapetto un gruppo di uomini chini a guardare nella strada sottoposta, esclamò soffermandosi:

Che sarà accaduto?

Ella ebbe un piccolo moto di timore; e appog* giò involontariamente la mano sul braccio di Giorgio come per trattenerlo.

Giorgio disse, osservando i gesti di quegli uomini:

Si sarà gettato giù qualcuno. Soggiunse:

Vuoi che torniamo indietro?

Ella esitò un poco, tra la curiosità e il racca* priccio. Rispose:

No; seguitiamo.

Seguitarono pel viale estremo, lungo il para* petto. Involontariamente Ippolita accelerava il suo passo verso il gruppo dei curiosi.

In quel pomeriggio di marzo il Pincio era qua* si deserto. Nell'aria grigia e sorda morivano i romori rari.

E così disse Giorgio. Qualcuno s'è ucciso.

Ambedue si soffermarono, in vicinanza del gruppo. Tutti quegli uomini guardavano con occhi intentissimi il lastrico sottostante. Erano

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plebei oziosi. I loro volti diversi non esprimeva* no alcuna pietà e alcuna tristezza; l'immobilità dello sguardo metteva ne' loro occhi una specie di stupefazione bestiale.

Un giovinastro sopraggiunse, avido di vedere.

Non c'è più gli fece un tale, prima che colui si sporgesse; ed aveva nella voce un indefi* nibile accento tra di scherno e di giubilo, come rallegrandosi che lo spettacolo non potesse più da altri esser goduto. Non c'è più. L'hanno già portato via.

Dove?

A Santa Maria del Popolo.

Morto?

Morto.

Un altro, un uomo scarno e verdiccio che por* tava intorno al collo una larga sciarpa di lana, si sporse molto; e, togliendosi di bocca la pipa, do* mandò ad alta voce:

Che c'è rimasto?

La sua bocca era tòrta da un lato, rappresa come per una bruciatura, convulsa come se assa* porasse una saliva amara di continuo rigurgitante; e la sua voce era profonda, come se uscisse da luoghi cavernosi.

Che c'è rimasto?

Un carrettiere, giù nella strada, si chinava a pie della muraglia. I riguardanti tacquero, im*

TRIONFO DELLA MORTE IJ

mobili, aspettando la risposta. Scorgevano sol* tanto, su le pietre, una chiazza nerastra.

Poco sangue rispose il carrettiere, ancóra curvo, cercando qualche cosa nella chiazza con la punta di una canna.

E poi? chiese di nuovo l'uomo della pipa. Il carrettiere si sollevò, tenendo in cima della

canna qualche cosa che quei di sopra non ve* devano.

Capelli.

Di che colore?

Biondi.

Le voci, nel precipizio chiuso fra le due alte muraglie, avevano un rimbombo singolare.

Giorgio, andiamo! supplicò Ippolita, turbata, un poco pallida, scotendo l'amante che si sporgeva dal parapetto, in vicinanza del grup* pò, attratto dall'atrocità della scena.

Oltrepassarono il luogo tragico, in silenzio. In ambedue persisteva il pensiero di quella morte, dolorosamente; e la loro tristezza era visibile.

Egli disse:

Beati i morti perché non dubitano più. Ed ella:

E vero.

Uno scoramento infinito rendeva stanche le loro parole. Ella soggiunse, abbassando il capo, con un misto di amarezza e di compianto:

IO GABRIELE D'ANNUNZIO

Povero amore!

Quale amore/ le chiese Giorgio, assorto»

Il nostro.

Tu lo senti dunque finire?

Non in me.

In me forse?

Una irritazione mal repressa inaspriva la voce di lui. Egli ripetè, guardandola:

In me? Rispondi.

Ella tacque, riabbassando il capo.

Non rispondi? Ah, tu sai bene che non di* resti il vero.

Poi, dopo un intervalle in cui ambedue prò* varono un'ansietà inesprimibile di leggersi neb l'anima, egli seguitò:

Incomincia così l'agonia. Tu non te ne ao corgi ancóra; ma io, da che tu sei tornata, ti guar* do continuamente ed ogni giorno sorprendo in te un segno nuovo...

Che segno?

Un cattivo segno, Ippolita... Orribile cosa amare ed avere questa lucidità in tutti gli istanti eguale !

La donna scosse il capo, con un atto quasi viot lento; e si oscurò. Ancóra una volta, come tante altre volte, i due amanti divennero l'uno contro l'altra ostili. Ciascuno dei due si sentiva ferire dall'ingiustizia del sospetto e si ribellava, inte*

TRIONFO DELLA MORTE 17

dormente, con una collera sorda; ch'erompeva talora in parole crude e irreparabili, in accuse gravi, in recriminazioni enormi. Una invincibile smania li assaliva, di torturarsi a vicenda, di pungersi, di martoriarsi il cuore.

Ippolita si oscurò e si chiuse, corrugando i so* praccigli, serrando la bocca, mentre Giorgio la guardava con un sorriso irritante.

Incomincia così egli riprese persistendo in quel sorriso acerbo, in quello sguardo acuto. Tu provi in fondo all'anima una inquietudine, una specie d'impazienza vaga, che tu non sai sof= focare. Standomi vicina, tu senti che qualche cosa in fondo all'anima ti si leva contro di me, quasi una ripugnanza istintiva, che tu non sai soffocare. E divieni taciturna; e devi fare uno sforzo im* mane per dirmi una parola; e intendi male quel ch'io ti dico; e involontariamente, anche in una risposta insignificante, la tua voce è dura.

Ella non l'interruppe neppur con un gesto. Ferito da quel silenzio egli seguitò; e lo spingeva non soltanto la smania acre di tormentare la sua compagna, ma anche un certo gusto disinteres* sato delle investigazioni reso più acuto e più let* terario dalla cultura. Egli, infatti, cercava di met* tere nelle sue parole la sicurezza e l'esattezza di* mostrativa apprese nelle pagine degli analisti; ma come nei soliloquii la sua considerazione men*

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tale formulata esagerava ed alterava lo stato in* terno a cui si riferiva, così nei colloquii spesso la preoccupazione della perspicacia oscurava la sincerità del suo sentimento e lo traeva in errore su i moti intimi altrui ch'egli voleva scoprire. Il suo cervello, ingombrato da un ammasso di os* servazioni psicologiche personali e apprese da altri analisti, spesso confondeva e scomponeva tutto, fuori e dentro. Egli dava al suo spirito at* titudini arteficiose e irreparabili. Seguitò:

Bada; io non ti rimprovero. Tu non hai colpa. Ciascuna anima umana contiene in una data quantità di forza sensitiva da spendere in un amore. Necessariamente quella quantità si consuma nel tempo come ogni altra cosa. Quam do è esaurita, nessuno sforzo vale ad impedire che l'amore finisca. E tu mi ami già da molto tempo; da quasi due anni! Il due di aprile cade il secondo anniversario. Ci hai pensato?

Ella scosse la testa. Egli ripetè, come a me* desimo:

Due anni!

Camminarono verso un sedile, e sedettero. Nel piegarsi, Ippolita aveva un'aria di grave stan* chezza, quasi di abbattimento. Una pesante car* rozza nera passò nel viale, facendo stridere la ghiaia; dalla via Flaminia giunse fioco lo squillo

TRIONFO DELLA MORTE 19

d'una cornetta; il silenzio rioccupò i dintorni arborati; gocce di pioggia, rare, cadevano.

Sarà funebre questo secondo anniversario riprese a dire Giorgio, implacabile contro la taci* turna. Eppure, bisognerà che noi lo celebria* mo. Io ho il gusto delle cose amare.

Ippolita mostrò il suo dolore in un sorriso im* preveduto. Poi disse, con impreveduta dolcezza:

Perché tutte queste cattive parole?

E guardò Giorgio negli occhi, a lungo e a den* tro. Ambedue, di nuovo, provarono un'ansietà inesprimibile di leggersi nell'anima. Ella sapeva bene da quale orribile male fosse compreso il suo amante; ella sapeva bene l'oscura causa di queb l'acredine. Soggiunse, perché egli parlasse, per* che egli esalasse la sua pena:

Che hai?

Egli era rimasto come confuso da quell'accen* to di bontà, che non aspettava. Sentendosi da quell'accento indovinare e commiserare, egli sentì in crescere la pietà di medesimo; e una profonda commozione gli alterò tutto l'essere.

Che hai? ripetè Ippolita toccandogli una mano, quasi per aumentare sensualmente il pò* tere della sua dolcezza.

Che ho? egli rispose. Amo.

Le sue parole avevano perduto ogni punta. Mostrando la sua piaga immedicabile, egli s'im>

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pietosiva su medesimo. I vaghi rancori, che serpeggiavano in fondo al suo spirito contro la donna, parvero dileguarsi. Egli riconosceva in* giusto ogni risentimento contro di lei, riconoscen* do un ordine superiore di necessità fatali. La sua miseria non proveniva da alcuna creatura urna* na, ma dall'essenza stessa della vita. Egli non do* veva dolersi dell'amata ma dell'amore. L'amore, a cui per natura tutto il suo essere tendeva con invincibile veemenza, l'amore era la più grande fra le tristezze terrene. Ed egli era legato a quel* la suprema tristezza, forse fino alla morte.

Come egli taceva sopra pensiero, Ippolita gli domandò:

Tu credi dunque, Giorgio, che io non ti ami?

Ebbene, sì, guarda: io credo che tu mi ami egli rispose. Ma puoi tu provarmi che do* mani, che fra un mese, che fra un anno, che sem* pre sarai egualmente felice d'esser mia? Puoi tu provarmi che ora, in questo attimo, sei tutta mia? Che cosa posseggo io di te?

Ogni cosa.

Nulla, o quasi nulla. Io non posseggo quel ch'io vorrei possedere. Tu mi sei ignota. Come qualunque altra creatura umana, tu chiudi den* tro di te un mondo per me impenetrabile; e la più ardente passione non mi aiuterà a penetrarlo.

TRIONFO DELLA MORTE 2 1

Delle tue sensazioni, dei tuoi sentimenti, dei tuoi pensieri io non conosco se non una minima parte. La parola è un segno imperfetto. L'anima è in* trasmissibile. Tu non puoi darmi l'anima. An* che nella più alta ebrezza, noi siamo due, sempre due, separati, estranei, interiormente solitarii. Io bacio la tua fronte; e sotto la fronte si muove forse un pensiero che non è mio. Ti parlo; e forse una mia frase ti risveglia nello spirito un ricordo d'altri tempi, non del mio amore. Un uomo passa, un uomo ti guarda; e nel tuo spirito si produce un qualunque moto ch'io non posso sorprendere. E io non so quante volte un riflesso della tua vita anteriore illumini il momento presente... Oh, di quella vita, io ne ho una paura folle! *■ Sono accanto a te; mi sento tutto invaso dalla delizia che mi viene in certe ore dalla tua sola presenza; ti accarezzo, ti parlo, ti ascolto; mi abbandono. D'un tratto, un pensiero mi agghiaccia. Se io, inconsapevolmente, suscitassi in te una memoria, il fantasma d'una sensazione già provata, una malinconia dei più lontani giorni? Io non ti sa* prò mai dire la mia sofferenza. Quel calore, che mi dava il sentimento illusorio di non so qual comunione fra me e te, cade d'un tratto. Tu mi sfuggi, ti allontani, diventi inaccessibile. Io ri* mango solo, in una solitudine spaventevole. Dieci, venti mesi d'intimità non sono più nulla. Tu mi

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sembri estranea come quando non mi amavi. Ed io non ti accarezzo più, non parlo più; mi chiudo; evito qualunque manifestazione esteriore; ho paura che ogni minimo urto possa sollevare nel fondo del tuo spirito quei sedimenti oscuri che vi ha accumulati la vita irrevocabile. E allora cadono su noi quei lunghi silenzi angosciosi, in cui le forze del cuore si consumano inutilmente, miseramente. Io ti domando: «A che pensi?» Tu mi rispondi: «A che pensi? » Io non so il tuo pensiero; tu non sai il mio. Il distacco si fa sempre più profondo; diventa un abisso. E il guardare in quell'abisso è un'angoscia così forte che, per una specie d'istinto cieco, io mi getto sul tuo corpo, ti stringo, ti soffoco, impaziente di possederti. La voluttà è alta, come non mai. Ma quale voluttà può compensare l'immensa tri* stezza che sopraggiunge? Ippolita disse:

Io non provo questo. Io ho più abbandono. Forse, amo di più.

Di nuovo, questa affermazione di superiorità punse l'infermo. Ippolita disse:

Tu pensi troppo. Tu segui troppo il tuo pensiero. Il tuo pensiero ti attrae forse più che io non ti attragga, perché è sempre nuovo e semf pre diverso; mentre io ho già perduta ogni no*

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vita. Nei primi tempi del tuo amore, tu eri meno pensoso e più spontaneo. Non avevi ancóra preso il gusto delle cose amare, perché eri più largo di baci che di parole. Già che, come tu dici, la parola è un segno imperfetto, non biso* gna abusarne. Tu ne abusi, quasi sempre con crudeltà.

Poi, dopo un intervallo di silenzio, allettata ella stessa da una frase, non potendo resistere al desi* derio di proferirla, soggiunse:

L'anatomia presuppone il cadavere. Come l'ebbe proferita, si pentì. La frase le

parve volgarissima, poco feminina, acerba. Ella si rammaricò di non aver conservato quel tono di dolcezza e d'indulgenza, da cui dianzi Giorgio era rimasto confuso. Ancóra una volta ella man* cava al proposito d'essere per l'amico una pa* ziente e delicata medicatrice.

Vedi, ella disse, mostrando nella voce quel rammarico tu mi guasti.

Egli appena sorrise. Ambedue sentivano che in quella disputa non avevano ferito se non l'amore.

La carrozza prelatizia ripassò, al piccolo trotto di due cavalli neri dalle code intonse. Gli alberi prendevano un'apparenza spettrale, come più l'aria s'illividiva nel tramonto umidiccio. Plum* bee violacee le nuvole fumigavano, sul Palatino,

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sul Vaticano. Una striscia di luce gialla come sol* fo, diritta come una spada, rasentava il Monte Mario, dietro i cipressi aguzzi.

Giorgio pensava: « Mi ama ella ancóra? E perché è così irritabile? Sente ella forse che io dico la verità o ciò che sta per essere la verità? L'irritazione è un sintomo. Ma questa irritazione sorda e continua non è anche in fondo a me? Io so in me la causa vera. Sono geloso. Di che? Di tutto: delle cose che si riflettono ne' suoi occhi... »

Egli la guardò. « E bellissima, oggi. E pallida. Mi piacerebbe sempre afflitta e sempre malata. Quando ella si colorisce, mi pare un'altra. Quan* do ella ride non posso difendermi da un vago sentimento ostile, quasi d'ira contro il suo riso. Non però sempre. »

Il suo pensiero si perse nel pomeriggio. Notò fuggevolmente una segreta rispondenza tra l'a* spetto della sera e l'aspetto dell'amata, godendo* ne. Dal pallore di quel volto bruno traspariva come una leggera soffusione di viola sotto la pel* le; ed ella aveva intorno al collo un piccolo nastro giallo, delicatissimo, che lasciava scoperti i due nei bruni. « E molto bella. Il suo viso ha quasi sempre un'espressione profonda, significativa, appassionata. Qui sta il segreto del suo fascino. La sua bellezza non mi stanca mai; mi suggerisce sempre un sogno. Di che si compone la sua bel*

TRIONFO DELLA MORTE 2j*

lezza? Non saprei dire. Materialmente, non è bella. Qualche volta, guardandola, io ho provata la sorpresa penosa di una disillusione. I suoi li* neamenti mi sono apparsi nella loro materiale verità, non modificati, non illuminati dalla forza di un'espressione spirituale. Ella ha però tre di* vini elementi di bellezza: la fronte, gli occhi, la bocca: divini. »

Gli si ripresentò al pensiero il riso. « Che mi raccontava ella, ieri? Mi raccontava non so più che cosa, di sua sorella: un piccolo fatto comico avvenuto in casa di sua sorella, a Milano, quando ella era là... Che ridere!... Ella dunque poteva ru aere, lontana da me; poteva essere gaia. Ed ho le sue lettere. Tutte le sue lettere sono piene di tri* stezza, di pianto, di desiderio disperato. »

Egli provò un'acuta puntura, e poi una inquie* tudine tumultuosa come se fosse d'innanzi a un fatto grave ed irreparabile ma non bene chiarito. Avveniva in lui il consueto fenomeno della esa* gerazione sentimentale, per via d'imagini asso* ciate. Quell'innocente scoppio di risa si mutava in una ilarità continua, di tutti i giorni, di tutte l'ore, per tutto il periodo dell'assenza. Ippolita aveva vissuto lietamente, d'una vita volgare, tra gente ch'egli non conosceva, tra gli amici del cognato, tra ammiratori, tra gente stupida. Le sue lettere dolorose mentivano. Un brano d'una

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lettera gli tornò nella memoria, preciso. Qui la vita è insopportabile. Amici ed amiche ci assedia* no; non ci lasciano in pace un'ora. Tu sai la cordiat lità milanese... Una chiara visione gli sorse nel* lo spirito: Ippolita in mezzo a una folla borghese d'impiegati, d'avvocati, di mercanti. Ella sorri* deva a tutti, stendeva a tutti la mano, ascoltava i discorsi melensi, rispondeva una frase sciocca, si mescolava a quella volgarità.

In quel momento gli pesò sul cuore tutta la sofferenza provata in due anni al pensiero della vita che la sua amante conduceva, tra gente sco* nosciuta, nelle ore in cui ella non poteva restare con lui. « Che fa ella? Chi vede? Con chi parla? Quale atteggiamento ha verso quelle persone che ella conosce, con cui ella convive? » Eterne in* terrogazioni, senza risposta.

Il tormentato pensò: « Ognuna di quelle per* sone le toglie qualche cosa; toglie qualche cosa a me. Io non saprò mai quali influenze quelle persone abbiano esercitato su di lei; quali senti* menti, quali pensieri abbiano suscitato in lei. El* la è bella, piena di seduzioni; ha quel genere di bellezza che flagella gli uomini e li fa desiderosi. In mezzo a quella orribile folla, ella è stata desi* derata. Il desiderio di un uomo trasparisce da uno sguardo, e lo sguardo è libero; e una donna è in balìa dello sguardo di chi la desidera. Che

TRIONFO DELLA MORTE 27

i

prova una donna, accorgendosi d'essere deside* rata? Non rimane, certo, impassibile. Deve avvenire in lei un turbamento, un qualsiasi moto; e sia pure di ripugnanza, e sia pure di ribrezzo. Ora, ecco che un qualunque uomo può turbare la donna che mi ama. Qual sorta di possesso è dunque il mio? »

Egli soffriva forte, poiché le imagini fisiche illustravano il suo ragionamento interiore.

« Io amo Ippolita; con una passione che io crederei inestinguibile, se non sapessi che ogni amore umano deve avere una fine. Io l'amo e non imagino voluttà più alte di quelle che ho da lei. Pure, più d'una volta, vedendo passare una don* na, io sono stato assalito da un desiderio repenti* no; più d'una volta, due occhi di donna, veduti in qualche luogo, fuggevolmente, mi hanno la* sciato nell'anima non so che vago solco di malin* conia. Più d'una volta, ho pensato d'una donna che passava, d'una donna incontrata in un salotto, dell'amante d'un mio amico: Quale sarà la sua maniera di amare? Quale sarà il suo segreto vo* luttuoso? E per qualche tempo quella donna ha incitata la mia imaginazione, senza troppa vi* vezza, ma con una insistenza lenta, a intervalli. Taluna di quelle imagini s'è anche presentata d'improvviso nel mio spirito, mentre io tenevo sotto le mie carezze Ippolita. Or bene, perché

2 8 GABRIELE D'ANNUNZIO

ella stessa non potrebbe essere sorpresa da un de* siderio vedendo passare un uomo? Se io avessi il dono di guardarla nell'anima e la vedessi at* traversata da uno di quei desiderii, sia pure come da un lampo, certo io crederei macchiata la mia amante d'una macchia indelebile e crederei mo* rire di dolore. Io non potrò mai avere questa prò* va materiale, perché natura vuole che l'anima deh la mia amante sia invisibile e impalpabile, pur essendo assai più del corpo esposta alle violazioni. Ma le analogie m'illuminano. La possibilità non è dubbia. Forse, in questo istante medesimo, ella guarda dentro di una macchia recente e la ve* de, sotto il suo sguardo, dilatarsi. »

Egli ebbe un gran sussulto, all'urto del dolore. Ippolita gli chiese, con voce dolce:

Che hai? A che pensavi? Egli rispose:

A te.

Come?

Male.

Ippolita sospirò. Poi chiese:

Vuoi che andiamo? Egli rispose:

Andiamo.

Si levarono. Si rimisero per la via che avevano dianzi percorsa. Ippolita disse, piano, con le la* crime nella voce:

TRIONFO DELLA MORTE 2Q

Che sera triste, amor mio!

Si soffermò, come per raccogliere e per assa* porare la tristezza sparsa nel giorno morente. Il Pincio, intorno, era deserto ormai, silenzioso, pieno d'un'ombra violetta in cui le erme bian* cheggiavano come sepolcri. La città sottoposta si copriva di ceneri. Gocce di pioggia, rare, cadevano.

Dove andrai stasera? chiese ella. Che farai ì

Egli rispose, desolato:

Io non so che farò.

Mentre soffrivano stando l'uno presso l'altra, pensavano con terrore a una nota e ben più dura sofferenza che li aspettava. Essi sapevano quale orribile strazio le imaginazioni notturne avreb* bero fatto delle loro anime senza difesa.

Se tu vuoi, vengo da te, questa notte disse Ippolita, timidamente.

L'amante, che si sentiva dentro divorare da un sordo rancore ed incitare come da una smania d'esser cattivo, di vendicarsi, rispose:

No.

Ma il cuore gli oppose: « Tu non potrai rima* ner lontano da lei, questa notte; non potrai, non potrai. » E, in mezzo alle cieche incitazioni ostili, sentendo questa impossibilità, avendo chiara con* scienza di questa assoluta impossibilità, egli provò una specie di brivido interno, uno strano brivido

30 GABRIELE D'ANNUNZIO

come di esaltante fierezza, in conspetto della grande passione da cui era posseduto. Ripete a medesimo: « Io non potrò rimanere lontano da lei, questa notte; non potrò. » Ebbe il sentimento oscuro d'una forza estranea che lo dominava. Un soffio tragico gli passò su lo spirito.

Giorgio! esclamò Ippolita stringendogli il braccio, un poco sbigottita.

Egli trasalì. Riconobbe il luogo dove prima s'erano fermati a guardare nel lastrico sottoposto la macchia di sangue lasciata dal suicida; do* mandò:

Hai paura?

Ella rispose tenendogli ancóra il braccio:

Un poco.

Egli si staccò da lei, si avvicinò al parapetto e si sporse. L'ombra già occupava il fondo della strada; dove egli credette scorgere la macchia nerastra, perché ne aveva ancora fresca l'imagine nella memoria. Le suggestioni della sera crearono

oo

vagamente un fantasma del corpo morto: una forma indecisa di giovane, con un capo biondo, sanguinoso. « Chi era colui? Perché si è ucciso? » Vide stesso in quella forma, spento. Alcuni pensieri, rapidissimi, senza legame, gli attraver* sarono il cervello. Rivide come nella luce d un baleno il suo povero zio Demetrio, il minor fra* tello di suo padre, il consanguineo suicida:

TRIONFO DELLA MORTE 31

una faccia nascosta da un velo nero, sul guanciale bianco; una mano lunga, pallida, ma piena d'una espressione virile; su la parete una piccola pila d'argento, per l'acqua santa, sospesa a tre cate* nelle, che si moveva al vento di tratto in tratto con un tintinno. « Se io mi gettassi? Un semplice salto in avanti; e la caduta, celere. Si smarrisce la conoscenza, a traverso lo spazio? » Egli imaginò fisicamente l'urto del corpo contro la pietra; e rabbrividì. Poi per tutto il corpo provò come una ripulsione forte, angosciosa e mista d'una strana dolcezza. L'imaginazione gli rappresentò la deli* zia della prossima notte: l'addormentarsi a poco a poco nel languore; il risvegliarsi con una piena di tenerezza misteriosamente accumulata nel sonno. Imagini e pensieri si succedevano in lui con una straordinaria rapidità.

Come si rivolse, incontrò gli occhi di Ippolita fissi su di lui, grandi, smisurati; e gli parve di leg* gere quel che esprimevano. Le si avvicinò; mise il suo braccio sotto il braccio di lei, con un gesto affettuoso ch'eragli familiare. Ed ella se lo strinse forte contro il fianco. Ambedue provavano un bisogno improvviso di stringersi, di mescolarsi, perdutamente.

Si chiude! Si chiude!

Il grido dei guardiani risonò nel silenzio, sotto gli alberi.

)2 GABRIELE D'ANNUNZIO

Si chiude!

Dopo il grido, il silenzio pareva più lugubre; e quelle due parole, urlate a squarciagola da uomi* ni invisibili, davano ai due amanti un urto fasti * dioso. Per mostrare che avevano udito e che si disponevano ad uscire, essi affrettarono il passo. Ma ostinate le voci, di qua, di là, per i viali de* serti ripetevano:

Si chiude!

Maledizione! esclamò Ippolita con un gesto d'impazienza, esasperata, affrettando anco* ra il passo.

La campana della Trinità de' Monti sonò l'Am gelus. Roma apparve come una immensa nuvola grigia, informe, che radesse il suolo. Qualche finestra, nelle case prossime sottostanti, già ros* seggiava, dilatata dalla caligine. Gocce di piog* già, rare, cadevano.

Tu verrai da me, questa notte; è vero? chiese Giorgio.

Sì, sì; verrò.

Verrai presto?

Verrò alle undici.

Se tu non venissi, io morirei.

Verrò.

Si guardarono negli occhi; si scambiarono una promessa inebriante.

Egli chiese, vinto dalla tenerezza:

TRIONFO DELLA MORTE 33

Mi perdonerai?

Di nuovo si guardarono, con uno sguardo in* finitamente lusinghevole. Egli disse, piano:

Adorata! Ella disse:

Addio. Fino alle undici, pensami.

Addio.

Erano in fondo alla via Gregoriana. Si sepa* rarono. Ella discese per la via di Capo Le Case. Egli la guardò allontanarsi giù pel marciapiede bagnato che riluceva al riflesso delle vetrine. « Ecco, ella mi lascia. Rientra in una casa a me ignota, rientra nella sua vita volgare, si spoglia dell'idealità di cui la vesto; diventa un'altra don* na, una donna comune. Io non so più nulla di lei. Le brutte necessità della vita la prendono, la oc* cupano, la umiliano... » Dalla bottega di un fio* raio gli venne sul viso un profumo di violette. Il cuore gli si gonfiò di aspirazioni confuse. « Ah, perché dunque non potremmo noi rendere la nostra esistenza conforme al nostro sogno e vi* vere per sempre in noi soli? »

II

Giorgio dormiva, verso le dieci della mattina, uno di quei profondi sonni ristoratori che nella giovinezza seguono una notte di voluttà; quando il domestico venne a svegliarlo.

Egli gridò, di pessimo umore, rivoltandosi nel letto:

Non sono in casa per nessuno. Lasciatemi. Ma udì la voce dell'importuno, che dalla ca*

mera attigua pregava:

Perdona, Giorgio, se ho insistito. Ho biso* gno urgente di parlarti.

Riconobbe la voce di Alfonso Exili, e il suo fastidio crebbe.

Questo Exili era un antico suo compagno di collegio, un giovine di mediocre intelligenza, ro* vinatosi al giuoco e alla crapula, diventato una specie di avventuriere alla caccia del soldo. Costui poteva sembrare ancóra un bel giovine, sebbene la sua faccia fosse devastata dal vizio; ma aveva nella sua persona e ne' suoi modi quel non so che di furbesco e d'ignobile che acquistano gli uomi* ni costretti a vivere di espedienti e di umiliazioni.

Entrò, aspettò che il domestico fosse uscito, assunse un'aria un po' sconvolta; e disse, man* giandosi a mezzo le parole:

Scusa, Giorgio, se ricorro a te anche questa

TRIONFO DELLA MORTE }f

volta. Ho da pagare un debito di giuoco. Aiuta* mi. Si tratta d'una piccola somma: trecento lire. Scusa, Giorgio.

Ah, tu dunque paghi i tuoi debiti di giuo* co? gli chiese Giorgio infliggendogli con per* fetta incuranza l'ingiuria; perché, non avendo egli saputo rompere ogni rapporto con quel giù* tinoso scroccatore, adoperava contro di lui il disprezzo come altri adopera un bastone per preservarsi dal contatto di un animale immondo. Mi fai stupire.

L'Exili sorrise.

Via, non essere cattivo! pregò, con una voce supplichevole, come una femmina. Me le dai, queste trecento lire? Su la mia parola d'o* nore, domani te le rendo.

Giorgio scoppiò a ridere. Sonò il campanello, per chiamare il domestico. Venne il domestico.

Cercate il mazzo delle piccole chiavi, là, in quegli abiti che sono sul divano.

Il domestico trovò le chiavi.

Aprite, là, il secondo tiretto. Datemi il por* tafoglio grande.

Il domestico gli diede il portafoglio.

Andate.

Come il domestico uscì, l'Exili disse, con un sorriso fra timido e convulso:

Non potresti darmene quattrocento?

1,6 GABRIELE D'ANNUNZIO

No. Tieni. Sieno le ultime. Vattene. Giorgio non gli porse il denaro, ma lo posò su

la sponda del letto. L'Exili sorrise, prendendolo, mettendoselo in tasca. Poi, con un tono ambiguo tra di adulazione e d'ironia, disse:

Tu hai un cuore nobile. Si guardò intorno.

Tu hai anche una deliziosa camera da letto. Si sedè sopra un divano; si versò un bicchierino

di liquore; si riempì di sigari un astuccio.

Chi è ora la tua amante? Non è più quella dell'anno scorso; è vero?

Vattene, Exili. Voglio dormire.

Che splendida creatura, quella! I più belli occhi di Roma... E ancóra qui? Da qualche tem> non l'incontro. Dev'essere andata fuori. Ha una sorella a Milano, mi pare.

Egli si versò un altro bicchierino e lo bevve d'un fiato. Ciarlava forse appunto per avere il tempo di vuotare la boccia.

E divisa dal marito; è vero? Credo che si debba trovar male, in finanze. Ma veste sempre bene. L'incontrai, circa due mesi fa, pel Babuino. Sai chi sarà forse il tuo successore? Quel Monti... Tu non lo devi conoscere: un mercante di cam* pagna, un giovine alto, grosso, biondiccio. Quel giorno appunto la seguiva, pel Babuino. Tu sai: si vede sùbito, quando un uomo corre die*

TRIONFO DELLA MORTE 37

tro a una donna... Quel Monti ha molti quattrini.

Pronunciò l'ultima parola con un indefinibile

accento, misto d'invidia e d'ingordigia, odioso.

Poi bevve per la terza volta, senza far rumore.

Giorgio, dormi?

Giorgio non rispose, fingendo di dormire, seb* bene avesse tutto ascoltato. Ma egli temeva che l'Exili udisse i battiti del cuore a traverso